martedì 10 novembre 2009

PD NO GRAZIE -Siamo giunti ad un bivio,nessun accordo con il PD





Credo sia giunto il momento dopo varie sconfitte,di costruire una sinistra comunista,anticapitalista,antimperialista e sensibile all’ambiente degna di questo nome. Che abbia come primo punto programmatico l’opposizione delle destre ma anche del PD. Un’altra sinistra che faccia quello che dice, che sia coerente con i propri valori, rispettosa e impegnata a fondo nel conflitto sociale,alternativa al PD a livello nazionale come a Roma o in Sardegna. Una sinistra che non rinuncia alla falce e martello, perché i simboli del lavoro e delle lotte non siano sacrificati all’ennesima svolta a destra. Reputo quindi che ci sia l’esigenza di formare un Partito unico,azzerando quelli esistenti ed unendoli ,formando il nuovo Partito su alcuni punti principali condivisi da coloro che ci stanno dentro e fuori i Partiti. I punti principali oltre a quello di non fare nessun accordo con il Pd devono essere morali ,sociali e civili. Cito alcuni punti:

- Reintroduzione della scala mobile per combattere il caro vita;

- Salario sociale per i disoccupati e i precari;

- Soppressione della legge 30 e del pacchetto Treu;

- No alle missioni militari,ritiro immediato e incondizionato delle truppe,riduzione drastica delle spese militari,chiusura delle basi militari;

- Per una difesa ambientale al 100%: no ai rigassificatori,al ritorno al nucleare,agli inceneritori, alla Tav;

- Ripubblicizzazione delle grandi industrie (banche,telefonia,comunicazioni,energia ) sotto il controllo di lavoratori e utenti;

- No al razzismo diritto di cittadinanza,permesso di soggiorno,chiusura dei CPT;


Compagne e compagni attiviamoci per portare avanti questa proposta che mi sembra l’unica strada da percorrere,per costruire unità e un Partito unico veramente comunista e anticapitalista . L’unica cosa su cui dobbiamo stare attenti è quella di non fare gli errori del passato.


ANTONELLO TIDDIA
RSU CARBOSULCIS

martedì 3 novembre 2009

Sbarre e potere, una commistione spesso mortale



Dietro le sbarre si espia la pena, si fa ammenda verso la società del proprio peccato, del reato, della colpa. La responsabilità viene caricata oltre ogni umano dosaggio di autocritica e di battimento di petto: il mea culpa è pressoché infinito e non smette mai di entrarti nel cervello.
Quando si chiude la porta di una cella, quando guardi intorno a te e vedi lo spiraglio di una micromobilità nell’ora d’aria, quando senti la durezza delle espressioni del potere che lì diventa spigoloso, impenetrabile, ingestibile e quindi assomiglia sempre più ad un evento incontrollabile, ingestibile come un sisma, come un maremoto, come una catastrofe naturale.
La separazione tra diritti e doveri termina purtroppo molto spesso sulla soglia di molte case circondariali: il diritto esiste solo fuori da quelle mura, mentre i doveri continuano ad essere ben presenti e non latitano mai.
Una grande letteratura sociologica ha analizzato il fenomeno tutto umano della reclusione dei propri simili per rendere sicura la società in cui si vive. Eppure, se questa era la finalità, il sistema carcere non solo ha fallito, ma si è dimostrato totalmente inutile, inadeguato, improduttivo sotto ogni punto di vista.
Ciò non significa che dall’oggi al domani vadano aperte le porte delle “patrie galere” per rimettere in libertà tutti i detenuti. Non è questo il punto. Semmai, va ripensato il “modello – carcere”, va alzato il livello della – se davvero la si può chiamare così – “cultura della pena”.
Non è francamente possibile che la società crei qualcosa che pretenda di essere un deterrente e che, per sua stessa natura, non lo è nemmeno in fieri.
Non lo è perché agisce nel momento in cui il reato è stato commesso e quindi non può prevenire nessun reato con la semplice dimostrazione della deprivazione della libertà.
Tutto questo è dimostrato e stradimostrato da studi ultra decennali, da pagine e pagine di tesi di laurea, da studi approfonditi sul potenziale deterrente incarnato dalla casa circondariale e, invece, completamente ignorato da chi si appresta, intenzionalmente o meno, a compiere una rottura di quel patto sociale che dovrebbe essere la legislazione comune.
Pochi giorni fa una ex brigatista rossa di nuova generazione, Diana Belfari Malezzi, si è impiccata a Regina Coeli. Soffriva di grafi patologie neurologiche. Aveva provato a chiedere aiuto ai medici, al direttore del carcere, alle istituzioni. L’hanno ignorata tutti. E la porta della cella, comunque, come avrebbe detto De Andrè, gliel’hanno aperta comunque… Per farla uscire, ma cadavere.
Diana aveva diritto ad un aiuto medico, ad un’assistenza psicologica, ad un sostegno morale. Oppure vogliamo dire che anche questo fa parte della pena? Non è forse vero che la negazione di tutto ciò si presenta come un accanimento nei suoi confronti, considerandola solamente una terrorista e non più un essere umano?
Non è forse vero che questo comportamento si ripete e si è ripetuto molte volte in spregio alle più elementari norme sancite dalla Costituzione della Repubblica?
Stefano Cucchi è finito anche lui male. Ma non per essersi impiccato, ma per la scarica di botte ricevute. Un corpo completamente pieno di lividi ed escoriazioni, di cui abbiamo potuto vedere le pietose immagini sui siti Internet e su qualche giornale che ne ha pubblicato le meno crude.
Un corpo, quello di Stefano, che non ha ricevuto acqua e cibo per una settimana. “Rifiutava il mangiare e il bere”, dicono i medici. Ma perché aveva chiesto un avvocato? Perché i suoi genitori e sua sorella non l’hanno potuto vedere neanche per un secondo?
Da morti o da quasi tali, fanno paura questi uomini e queste donne che sono in “custodia” dello Stato e che lo Stato uccide e che si vergogna di mostrare come prova lampante di violazione di quella stessa Legge che dovrebbe essere invece il linguaggio di una democrazia sostanziale, ma sempre più evanescente, sfuggevole e dal sapore di inganno.
La cancrena di tutto ciò è la conservazione di un potere, la sua esaltazione mediante atti devastanti sui corpi e sulle menti di quelli che vengono in vulgata considerati dei “reietti”, degli irrecuperabili e posti sotto l’ignominia e la condanna morale perpetua. Tanto chi è stato un terrorista, tanto chi aveva in tasca solo una ventina di grammi di marijuana.
Il perbenismo borghese è un comportamento virtuoso che sa quando premiare i buoni cittadini e quando punirli.
In questi giorni in tv ho rivisto la favola di Pinocchio; ho rivisto le “bischerate” del burattino, i carabinieri che lo fermano e che incarcerano il povero Geppetto e ho rivisto Lucignolo. Muore da asinello, muore con accanto il bravo Pinocchio ormai redento agli occhi della Fata Turchina. Lucignolo muore perché trasgredisce le sacre regole del vivere “civile”, perché osa fare a modo suo, perché non si adegua al buon vivere di tutti, al chinar la testa di ognuno, ad ogni levata di cappello, ad ogni finta smanceria e al potere.
Lucignolo muore eppure dovrebbe vivere. Lucignolo è la libertà vera in quel racconto, non Pinocchio. Il burattino che diventa bambino è lo stereotipo del bambino che deve, seppur mosso dall’amore, adeguarsi a determinati schemi di perbenismo, di “buon comportamento”.
La domanda dunque è: chi devia dal percorso comune degli eventi, e viene giudicato dalla morale attuale, come un emarginato, un dissociato, eccetera, può essere per questo condannato ad uno status inferiore rispetto agli altri? Cosa ci autorizza a tutto ciò? Cosa ci consegna lo scettro del giudizio?
Niente e nessuno. Solo la presunzione di essere dalla parte giusta. Ma la vera parte giusta è quella che non fa assassinare un giovane per venti grammi di erba e che non porta al suicidio una ex brigatista malata di schizofrenia paranoide. Se non si prova un poco di pietà, di compassione e di rabbia per queste ingiustizie, è proprio la giustizia che finisce. Hic et nuc.

MARCO SFERINI
3 Novembre 2009

giovedì 29 ottobre 2009

I FASCISTI NON DOVRANNO PARLARE A NOVARA




I FASCISTI NON DOVRANNO PARLARE A NOVARA

Sabato pomeriggio 24 ottobre un nutrito gruppo di antifascisti novaresi - mentre si recava a rendere omaggio ai caduti partigiani in Piazza Cavour - si è imbattuto in un gazebo dei neonazisti dell’associazione “Iperborea” che venivano allontanati dal fermo atteggiamento dei militanti novaresi.

Anche per sabato 31 ottobre dei fascisti in trasferta appartenenti a Forza Nuova e guidati da un rottame della RSI (Repubblica Sociale Italiana) intendono

presentarsi alla sala della Barriera Albertina per una conferenza contro il cacciabombardiere F35 ma in un’ottica militarista e guerrafondaia.

Ribadiamo il nostro deciso rifiuto alla presenza a Novara di chiunque faccia aperta apologia del fascismo. Stiamo lanciando una mobilitazione per impedire che si tenga questa riunione. Ci diamo appuntamento in piazza Martiri presso la lapide dei caduti alle ore 20,30 di sabato 31 ottobre.

Difendiamo i valori nati dalla resistenza rimandando i fascisti nelle fogne da dove sono venuti.

Prime Adesioni:
Assemblea Permanente NO F35, Comitato No F35 di Castano, Antifascisti
Novaresi, Mattone Rosso di Vercelli, Centro sociale Lacandona di Valenza, Punto Rosso di Magenta, Collettivo Studentesco ANTASTU, Collettivo Novara ANTIFA, Circolo Banditi di Isarno.

Novara 28 ottobre 2009
Per adesioni:
info@nof35.org
Per info: 340-0619104

Scrivi un email di contrarietà alla prefettura di Novara;

prefettura.novara@interno.it

prefettura.prefno@pec.interno.it

Ai fascisti nessuno spazio pubblico e nessuna agibilità a Novara

I FASCISTI NON DOVRANNO PARLARE A NOVARA
Fate girare il piu’ possibile nei vostri indirizzi copia incolla il testo del Comunicato Stampa.

Vi copio incollo il volantino dei fascisti sulla conferenza sul F-35, vedi sito a questo link:http://orientamenti.altervista.org/Comunicati.htm#Manifestazione_a_Novara

http://orientamenti.altervista.org/

Comune di Novara

Saletta Albertina

Largo Costituente

SABATO 31 OTTOBRE 2009

ore 21,00

Interverranno:

Giannetto Bordin (Raggruppamento Combattenti RSI)

Nicola Cospito (Coordinatore Nazionale MNP)

Lodovico Ellena (Dirigente regionale Forza Nuova)

Adriano Rebecchi (Ufficio Politico MNP)

Angela Spatafora (Vice coordinatrice regionale Forza Nuova)

Massimo Tirone (Ufficio Politico MNP)

Comitato "Disamericanizziamoci"

No alla costruzione dell'F35

Chiudiamo le basi militari americane in Italia

Riprendiamoci la sovranità nazionale

sabato 24 ottobre 2009

Violenze ordinarie durante i rimpatri. Un funzionario di polizia racconta

Violenze ordinarie durante i rimpatri. Un funzionario di polizia raccontaPDFStampaE-mail

Articolo pubblicato in francese il 07/10/2009 da Carine Fouteau, www.mediapart.fr


Rimpatri o deportazioni?I rimpatri fanno parte della sua vita quotidiana. Lui è un agente della polizia di frontiera francese (PAF), basato a Rungis e incaricato di “riaccompagnare” gli stranieri espulsi nel loro paese d’origine. Contattato dal giornale francese Mediapart, ha accettato di parlare, ma sotto anonimato. Manette, cinghie, pugni, prese e strangolamenti. Il tutto sui voli di linea, tra l'indifferenza dei passeggeri e le lacrime delle hostess. Una testimonianza importante che abbiamo tradotto in italiano per i nostri lettori. Perché la violenza ci preoccupa tanto più quanto più è inquadrata e banalizzata, al punto da rientare nelle pagine di un manuale, e di divenire argomento di corsi di formazione e di aggiornamento della polizia.

"Faccio una quindicina di rimpatri al mese. Ci chiamano il giorno prima, o il venerdì per il fine settimana. Ci danno un dossier per la scorta, con i documenti d’identità della persona espulsa e la rotta aerea. Arriviamo all’aeroporto due ore prima. Così abbiamo un’ora per fare conoscenza con il tipo, vedere chi è, se ha problemi a livello di salute o di documenti. Abbiamo un’ora di tempo per convincerlo a partire e caricarlo sull’aereo davanti agli altri passeggeri normali. Chi deve essere espulso è chiuso in cella, in una zona tampone tra i centri di detenzione amministrativa e l’aereo, che si chiama ULE, unità locale di allontanamento, all’aeroporto di Roissy o di Orly. Per gli africani siamo tre poliziotti di scorta per ogni espulso. Due per tutti gli altri.

Quando ci si azzuffa, all’ULE o nell’aereo, è perchè non vogliono partire. Gli spieghiamo tutto, se capiscono bene, sennò peggio per loro. La regola ufficiale è che non si deve fare una scorta a tutti i costi. Per esempio se uno è malato, non lo metto sull’aereo. Il peggio è quando vomitano o si cacano addosso. Là non si scherza. Sputano e mordono pure. Quando succede questo genere di cose, li scarichiamo immediatamente, non insistiamo. A parte per le ITF: interdizioni dal territorio francese, là si fa tutto il possibile per farli partire, perché hanno commesso dei crimini o dei delitti gravi. E ad ogni modo, quando non partono, vanno dritti in prigioni per due o tre mesi, per le violenzefatte contro noi poliziotti.

Quelli che portiamo sono dei poveri ragazzi, ne siamo perfettamente coscienti. Gente che è venuta a cercare lavoro. Glielo spieghiamo senza giri di parole: “sei obbligato di partire”, abbiamo un’ora di tempo per spiegarglielo. Il problema è che tutte le associazioni gli fanno venire strane idee, gli montano la testa, e magari gli danno pure dei lassativi...

Se vediamo che si agitano, gli mettiamo subito le manette, prima dell’imbarco. Abbiamo i nostri corsi di formazione iniziale, di un mese, per sapere cosa abbiamo diritto di fare e cosa no, e ogni tre mesi ci fanno un aggiornamento.

Per quelli di cui non ci fidiamo, utilizziamo delle cinture di velcro che gli piazziamo intorno alla vita. Di cinture di cuoio ne avevamo in passato al commissariato, ma sono inadatte. Quando un nero di 110 chili tira con forza la strappa. Piuttosto utilizziamo delle cinghie al di sotto del ginocchio, sulle caviglie, e sul petto. E se il tipo si agita davvero molto, ne tendiamo una tra le caviglie e il petto per impedirgli di dare colpi con la testa. A volte invece attacchiamo un cuscino sul sedile davanti, per la stessa ragione.

Per un certo periodo c’era vietato l’uso delle manette. Semplicemente perché dicevano che costavano troppo. Ci davano delle manette usa e getta, di tessuto, che però sono completamente inefficaci, funzionano solo con i tipi tranquilli. Una volta facevo un asiatico, il tipo è salito tranquillamente a bordo, era pure contento di tornare. E poi invece era un provocatore, abbiamo dovuto lottare con lui nell’aereo per le due ore di volo per tenerlo fermo.

Alla fine l’abbiamo bloccato, ma il problema è che con le manette di tessuto non lo potevamo legare, stava strozzando il mio collega, io gli ero sopra, era un tempo molto molto sportivo, è stata una missione di merda. Per fortuna che i passeggeri non si sono mossi. Adesso però per fortuna abbiamo delle vere manette in metallo.

Se il tipo sta buono, evitiamo in tutti i modi la violenza, la coercizione, le cinghie. E in generale va tutto decisamente meglio. Il manuale di GTPI (Gesti tecnici professionali di intervento) è lo stesso dal 2003. Per esempio la presa del pliage (all’origine della morte di due emigrati tra il dicembre 2002 e il gennaio 2003) è vietata e non la facciamo mai. E nemmeno mettiamo più dei bavagli. Io però gli metto delle mascherine per non farli sputare.

Il massimo che siamo autorizzati a fare, è un tipo di strangolamento che chiamiamo regolazione fonica. Si tratta di fare delle pressioni sulla gola perché il tipo non gridi. È perfettamente autorizzato, sta nel manuale. Sennò quello che facciamo più spesso è la di immobilizzarli a terra. Li schiacciamo al suolo. Nelle nostre missioni abbiamo un rapporto di peso diciamo. Cioè che il totale del peso dei poliziotti della scorta deve essere il doppio del peso del tipo. Il fatto di essere in numero maggiore e di avere la possibilità di metterlo al suolo e immobilizzarlo ci evita di doverlo picchiare.

Prima rifiutavo l’uso della forza, ma adesso, quando qualcuno è ottuso, gli facciamo capire subito che noi siamo più forti di lui, e una volta che l’ha capito iniziamo a ragionare. Gli africani a volte, fanno i duri e quando gli parli in modo gentile ti prendono per un debole. Ma una volta che si ritrovano con la faccia per terra e le cinghie strette, che gli dici “com’è che ora fai meno il furbo, salame?”, là cominciano a rispettarti un po’. Io l’ho fatto un paio di volte, forse tre. So che ci sono colleghi con lo schiaffo facile, ma grossi bruti da noi ce ne sono molto pochi. Se li picchiamo gli diamo pugni nello stomaco, perché non si devono vedere i segni.

Se poi il tipo si prende un sacco di botte, vuol dire che se l’è cercata, è già successo, attenzione, non ci giro intorno, ma c’è chi se lo merita. Per esempio quello che ha morso il dito a un poliziotto, quello là si è preso un sacco di botte, è sicuro, è comprensibile.

Quando saliamo nell’aero, ci siamo noi, la persona rimpatriata, la polizia dei centri di detenzione amministrativa, gli agenti dell’ULE, quindi siamo in parecchi poliziotti. Ma in caso di necessità, se servono rinforzi, chiamiamo la compagnia di intervento degli aeroporti di Orly o Roissy. Loro sono meno formati di noi, sono loro che gasano nell’aereo quando c’è un problema. Li chiamiamo solo quando ci sono operazioni da fare a bordo, quando siamo obbligati a far scendere tutti i passeggeri perché le cose davvero degenerano.

Siamo sempre in borghese, niente armi. Gridano, sbattono, spaccano i sedili a volte, le hostess piangono, ma in generale riusciamo sempre a montarli a bordo dell’aereo, è il nostro lavoro. I problemi arrivano quando i passeggeri si mettono in mezzo. Ci sono i filosofi per esempio. Gente che non sa niente ma che vengono a fare la parte dei giusti. Vedono dei neri circondati da bianchi e gridano allo scandalo. Quando magari il rimpatrio procedeva bene, si alzano tutti.

La Lufthansa prima, bastava un colpo di tosse di un espulso e ci facevano scendere, preferivano cancellare un volo che fare un rimpatrio. Alitalia pure, e anche Royal Air Maroc. Adesso non facciamo più le compagnie africane, per fortuna, perché là veramente era difficile. A volte dobbiamo minacciare il personale di bordo, perché si dimenticano che siamo poliziotti, e che possiamo denunciarli per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma in generale va bene.

Una volta in volo, in generale, va tutto bene. Certo dipende dalla cooperazione del buon uomo. Ma la maggior parte delle volte li sleghiamo pure.

Spesso i rapporti con la polizia locale non sono buoni. Possono rifiutare il rimpatrio per via dei documenti. In alcuni paesi africani le autorità non ci amano e danno prova di cattiva volontà. Normalmente al nostro arrivo ci aspetta l’SCTIP, il servizio di cooperazione tecnica internazionale della polizia, sono poliziotti di stanza presso le ambasciate. In America Latina c’è Interpol che ci riceve quando riportiamo trafficanti di droga. Nella maggior parte degli altri paesi prendiamo noi contatti con le autorità locali. E gli trasmettiamo i dossier con i precedenti penali.

In Tunisia, chi viene espulso è sistematicamente arrestato per almeno tre giorni. In Algeria sono più simpatici invece, anche con gli espulsi. E anche in Marocco va bene. C’è già successo di rimpatriare della feccia, in Francia fanno i furbi, ma appena ritornano al paese, ritrovano tutto a un tratto la buona educazione, fa piacere. Bisognerebbe farlo più spesso, uno stage al paese, al bled."

mercoledì 21 ottobre 2009

Sinistra anticapitalista e rappresentanza politica dei settori popolari


Sinistra anticapitalista e

rappresentanza politica dei settori popolari

E’ possibile ricomporre la divaricazione tra la sinistra e la società?

Roma, sabato 31 ottobre

Dalle ore 10.00 al Centro Congressi Cavour, via Cavour 50/A

Assemblea pubblica

Intervengono:

Mauro Casadio, Paolo Ferrero, Marco Rizzo, Piero Bernocchi, Cesare Salvi, Sergio Cararo, Paola Pellegrini, Vladimiro Giacchè, Nella Ginatempo, Gianpaolo Patta, Nando Simeone

Organizza: La Rete dei Comunisti

domenica 18 ottobre 2009

Un successo la manifestazione antirazzista a Cagliari


Grande manifestazione antirazzista a Cagliari 4000 partecipanti,molti studenti,immigrati giovani,operai e tanta gente comune.

venerdì 16 ottobre 2009

Lettera aperta al compagno Ferrero



CARO PAOLO: PERCHE’ SEI CONTRARIO

ALL’UNITA’ DEI COMUNISTI

* da “ Liberazione” di venerdì 16 ottobre

di Fosco Giannini *

*Direzione Nazionale Prc

Caro compagno Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda:

perché respingi la proposta, avanzata dal Pdci - ma ormai fatta propria da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e dall’elettorato comunista - di unire i due piccoli partiti comunisti italiani?

Non è una domanda retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima ( anche esterna ai due partiti comunisti , che chiede l’unità, che non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi ) a portela. E’ una domanda vera: vorrebbero tutti conoscere i motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli che siano) che ti spingono a dire no. Ti pongo la questione in questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere. Va ricordato che nessuno – tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti – pensa a fusioni a freddo, a pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario (dai tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune, come base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo Congresso nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di un progetto di unità che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la ridefinizione comune di una piattaforma politica e teorica avanzata e adatta alla fase. E’ così che si concepisce il processo unitario e perché - dunque - un comunista non dovrebbe esserne interessato? E’ di buon senso, è facile capirlo, viverlo, organizzarlo. L’unità dei comunisti in un unico partito di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra anticapitalista – oggi la Federazione - susciterebbe una nuova passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza partito.

Perché, dunque, questo no ostinato?

Sai benissimo – la dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di fronte ad un regime reazionario di massa, che per i lavoratori, i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra è in grande difficoltà, che una primavera politica è lontana, che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. E’ anche da questo punto di vista – ad esempio – che la proposta di giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune di 100 mila iscritti ( con sedi uniche, un unico giornale, commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce delle nostre difficoltà economiche) appare di assoluto buon senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più alto di compagne e compagni.

Perché no, allora? Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo - ne conoscano finalmente i motivi?

Posso aiutarti? A me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario all’unità ragioni più o meno così: “il Prc ha avviato profonde innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”. Prendiamo sul serio questa argomentazione: quali sono queste nostre innovazioni? E’ stata un’innovazione la cancellazione, da parte nostra, della categoria dell’imperialismo? E’stata un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare completamente il ruolo di “intellettuale collettivo” ( centrale nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti ? E’ stata un’ innovazione positiva aver affermato ( Bertinotti e Gianni) che “ i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900 sono tutti morti e non solo fisicamente”? E’ stata mai delineata un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia del movimento comunista, o una lettura seria delle nuove contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi produttivi? No, mai. E’ stata innovativa la leadership – monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa – una forma partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere assunta dagli altri compagni?

Insomma, se il gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della rifondazione comunista ed essere in possesso delle nuove Tesi di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti trinariciuti del PdCI, credo che saremmo nella falsa coscienza, nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è che – al posto della rifondazione – il bertinottismo ci ha portati ad un passo dalla liquidazione comunista.

Se la questione che si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più onestamente dire che il problema ( da superare) di tale inclinazione è ormai dell’intero - e piccolo, diviso - movimento comunista italiano.

La questione è ancora quella della scissione del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa. Tuttavia, dopo undici anni e con un regime di destra che toglie il respiro alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio andare a vedere le carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera, fattibile, se lo stesso progetto unitario – di fronte al dolore sociale dilagante - non sia più importante degli attriti passati ?

C’è una tua argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi tempi : l’unità tra comunisti non sarebbe praticabile perché – essendo unità tra diversi - porterebbe a nuove scissioni.

La trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo - per non rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una profonda scissione oggi. In essa non si considerano alcune questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma è un’organizzazione fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e politico, e oggi noi non siamo più di fronte al primo Pdci cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte pulsione unitaria, che occorre conoscere e non rimuovere pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non unificabili varrebbe – allora – anche all’interno del Prc, ove permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista – come base primaria di un superamento e di un’unità condivisa e non burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre è ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo di giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e teorica antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma seria – e volta alla costruzione di un partito comunista dotato di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente ( che nessuno, oggi, detiene).

Non trovi più razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che tanto ci appassionò dopo la Bolognina? Siamo convinti che questa strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti compagni/e oggi senza partito sono in quest’ordine di idee e attendono fiduciosi.